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Le previsioni ISTAT sul futuro demografico del Paese

Tratto da IL QUOTIDIANO IPSOA del 03 01 2012

Le previsioni ISTAT sul futuro demografico del Paese
Italia prospetticamente Paese sempre più anziano e multietnico. È il quadro che emerge dal report sul futuro demografico del Paese pubblicato dall'ISTAT. Il primo elemento di novità riguarda la popolazione straniera, destinata ad aumentare in modo considerevole nei prossimi anni con un aumento progressivo dell'età media della popolazione Diminuisce anche la popolazione in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni con una riduzione ancora più accentuata nel lungo periodo
di Carlo Giuro - Pubblicista economico
Le stime sulla popolazione
Nel 2065 la popolazione residente in Italia attesa è pari a 61,3 milioni come risultato congiunto di una dinamica naturale negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e di una dinamica migratoria positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite).
L’età media aumenta da 43,5 anni nel 2011 fino ad un massimo di 49,8 anni nel 2059. Dopo tale anno l’età media si stabilizza sul valore di 49,7 anni, a indicare una presumibile conclusione del processo di invecchiamento della popolazione.
Particolarmente accentuato entro i prossimi trenta anni è l’aumento del numero di anziani: gli ultra 65enni, oggi pari al 20,3% del totale, nello scenario centrale aumentano fino al 2043, anno in cui oltrepassano il 32%. Dopo tale anno, tuttavia, la quota di ultra 65enni si consolida intorno al valore del 32-33%, con un massimo del 33,2% nel 2056. La popolazione fino a 14 anni di età, oggi pari al 14% del totale, evidenzia un trend lievemente decrescente fino al 2037, anno nel quale raggiunge un valore minimo pari al 12,4%.
Dopo tale anno la percentuale di under 15enni si assesta fino a raggiungere un massimo del 12,7% nel 2065. La popolazione in età lavorativa (15-64 anni) evidenzia, nel medio termine, una lieve riduzione, passando dall’attuale 65,7% al 62,8% nel 2026. Nel lungo termine, invece, ci si aspetta una riduzione più accentuata, fino a un minimo del 54,3% nel 2056, anno dopo il quale l’indicatore si stabilizza, con un valore del 54,7% nel 2065, per un intervallo di stima compreso tra il 53,8% ed il 55,8%.
Saldi migratori
Nella futura dinamica demografica del Paese giocherà un ruolo determinante il contributo delle migrazioni con l’estero. Si assume un livello iniziale delle migrazioni nette con l’estero superiore alle 300 mila unità annue, valore quest’ultimo che ridiscende rapidamente sotto le 250 mila unità annue dopo il 2020, pervenendo ad un livello di 175 mila unità annue nel 2065.
Nel complesso, si prevede che nell’intervallo temporale fino al 2065 immigrino in Italia 17,9 milioni d’individui.
La principale meta di destinazione degli immigrati dall’estero è costituita dalla ripartizione Nord-ovest , seguita dalla ripartizione Centro (4,5 milioni, 25%) e da quella del Nord-est (4,4 milioni, 25%). Alle ripartizioni Sud e Isole competerebbe, infine, una quota di destinazioni inferiore, rispettivamente pari a 2,4 milioni (13%) e a 1 milione (6%). Per l’Italia in complesso, considerando lo scenario centrale, l’incidenza di stranieri residenti verrebbe a registrare decisivi incrementi, passando dal 7,5% nel 2011 al 14,6% nel 2030, per poi raggiungere il 23% nel 2065. In termini assoluti e strutturali un’altra importante voce del bilancio demografico, per via della funzione di riequilibrio della popolazione tra le diverse aree del Paese, è quella che riguarda i trasferimenti di residenza interni.
Si prevede che le migrazioni interregionali possano riguardare 17,1 milioni d’individui nel corso di tutto il periodo, con una media di oltre 300 mila trasferimenti annui.
A beneficiare maggiormente di tali flussi migratori risulterebbe soprattutto la ripartizione del Nord-est, con un saldo di trasferimenti positivo nella misura di 800 mila unità in più nel corso dell’intero orizzonte previsivo, seguita dalla ripartizione Centro (+400 mila) e dalla ripartizione Nord-ovest (+200 mila). In perdita risulterebbero, invece, le ripartizioni del Sud (1,3 milioni in meno) e delle Isole (100 mila in meno).
Indicatori di carico demografico
La trasformazione della struttura per età della popolazione comporterebbe nel tempo un marcato effetto sui rapporti intergenerazionali. L’evoluzione del carico di dipendenza giovanile si presenta piuttosto continua nel tempo, discendendo lievemente dal 21,6% nel 2011 al 20,6% nel 2030, per poi risalire fino al 23,1% nel 2065. Il margine d’incertezza associato oscilla, nel lungo termine, tra il 19,7% e il 26,1%.
Le ripartizioni del Sud e delle Isole, che in origine detengono un carico di dipendenza giovanile più elevato, tenderanno nel tempo ad averne uno più basso nei confronti del Centro-nord - Più critica, per via delle ripercussioni sulla sostenibilità di lungo termine del Paese, risulterebbe in l’evoluzione dell’indice di dipendenza degli anziani.
Per quest’indicatore, oggi pari a 31 individui di 65 anni e più ogni 100 di età compresa tra i 15 e i 64 anni, si possono evidenziare differenti periodi di sviluppo. In una prima fase, che perdura fino al 2025 si avrebbe una crescita lineare, fino ad una valore del 38%. Negli anni successivi ci dovrebbe essere un’ulteriore fase di accelerazione fino al livello del 55% entro il 2040.
Infine, una terza fase è quella in cui si raggiungerebbe, per prevalente effetto inerziale, un massimo del 61% (nel 2055).

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